Segnali d’allarme nella scrittura adolescenziale: help me! -di Franca Moretti

Uno degli argomenti che mi ha maggiormente colpito e affascinato nel mio percorso di studi da grafologa è stato quello dei “Segnali d’allarme” che è anche il titolo di uno dei lavori più significativi di Ursula Avè Lallemant , psicologa, pedagoga e grafologa tedesca (1913-2004) che, dopo aver raccolto ed esaminato migliaia di scritture adolescenziali, ha portato la grafologia ad esaminare le situazioni critiche tipiche della pubertà ed adolescenza definendo i cosiddetti segnali d’allarme. La grafologia è uno strumento d’indagine ad ampio raggio che tocca la natura dell’uomo in ogni suo aspetto; già, perchè mentre pensa e traccia un segno sulla carta, l’uomo parla di sé, del suo temperamento, delle sue emozioni, delle sue paure e comincia a farlo sin da piccolo con gli scarabocchi…

Sappiamo bene quanto sia complicato il periodo adolescenziale, un vero e proprio tunnel da dover attraversare che spaventa chiunque: genitori, insegnanti ma soprattutto i ragazzi alle prese con cambiamenti fisici, tempeste ormonali, scelte non sempre scontate, nuovi compiti da assolvere, una nuova dimensione affettiva e relazionale, affari di cuore, compagnie sbagliate, la paura di essere rifiutati …Da una parte i genitori che vorrebbero dispensare sofferenze, proteggere, aiutare, dall’altra l’adolescente che avverte la spinta verso l’autonomia ma ha paura ad abbandonare il mondo dell’infanzia che comunque gli da un senso di protezione e sicurezza. Perché questa premessa, cosa fare allora?

Il grafologo non può fare diagnosi e la grafologia non è una scienza terapeutica ma può individuare precocemente quei segni che ci parlano di sofferenza temporanea (e non sto parlando di situazioni patologiche), di difficoltà a gestire problemi e nuove situazioni, può essere di utilità estrema perché intervenire in tempo utile può impedire disturbi di natura più seria. Grazie a questo approccio, il grafologo può dare indicazioni costruttive allo scrivente piuttosto che giudicare, e può cogliere quelli che sono i punti di forza, le potenzialità del ragazzo, concentrandosi su ciò che in lui c’è di positivo e aiutarlo a prendere in mano la propria vita con fiducia e sicurezza puntando sulla sua forza di volontà, individuando eventuali percorsi di sostegno e, perché no, chiedendo l’aiuto di altre figure professionali per mettere in atto strategie di prevenzione. Pensate all’utilità di questo strumento per un insegnante che ogni giorno ha a che fare con le scritture dei suoi alunni, riuscire a cogliere questi segnali e parlarne in ambito scolastico con altre figure come psicologi, psicomotricisti, grafologi, significa davvero rispondere attivamente a delle vere e proprio richieste d’aiuto perché è di questo che stiamo parlando!

Il grafologo può cogliere, attraverso la scrittura, le informazioni che parlano di questo disagio generalizzato e mettersi in ascolto tempestivamente per sciogliere alcuni nodi, per riuscire a cogliere il cosiddetto “non detto” entrando in relazione con l’altro con empatia, capacità di ascolto e accoglienza. Anche se nel periodo puberale-adolescenziale le espressioni ansiogene sono abbastanza normali ed addirittura necessarie, i primi segnali non vanno sottovalutati perché possono trasformarsi in disturbi più seri.

Quali sono questi segnali? Sono tanti e di diversa natura e riconoscerli non è cosa semplice così come non è giusto generalizzare per non creare falsi allarmismi e generare errate interpretazioni; a titolo di esemplificazione posso citarne qualcuno: i tratti rigidi, i tremolii, gli spazi esageratamente lasciati in bianco o la confusione nello spazio, i ritocchi, una iperstrutturazione dello spazio, l’afflosciamento del tratto, le finali sbarrate, la scrittura particolarmente stretta. Ognuno di questi segnali può rappresentare nel ragazzo difficoltà relazionali, senso di isolamento, situazioni di disagio, l’incapacità ad esprimere quello che si ha dentro, la fatica che fa per tenersi a galla, l’impossibilità di dominare le emozioni, la difficoltà di adattamento, la sensazione di sentirsi incompreso, la paura di deludere le aspettative dei genitori.

Fermo restando che bisogna tener conto di tutto il contesto e di tanti aspetti, insisto sulla necessità ed il dovere di accogliere questi segnali non come situazioni patologiche ma come espressioni di un malessere temporaneo, di una richiesta d’aiuto rivolta all’ambiente, alle persone vicine, talvolta tanto vicine quanto assenti, distratte, a quegli adulti che, se davvero vogliono assolvere il compito di adulti, dovrebbero evitare rimproveri e punizioni e trovare il tempo per un ascolto attento e partecipato. A volte è sufficiente il giusto incitamento da parte dell’insegnante oppure un dialogo costruttivo con i genitori (specie quando ci sono circostanze familiari particolarmente dolorose ed oppressive per il ragazzo), o il semplice aiuto a controllare meglio i suoi impulsi e la sua emotività oppure assecondare il bisogno di movimento (ipercinesia) con il gioco, lo sport o appropriati esercizi di concentrazione, per quei soggetti che presentano alti gradi di irrigidimento della scrittura basterebbe l’affiancamento di una persona calma ma determinata, sicura e capace di aiutare a rilassarsi e tranquillizzarsi. In una relazione d’aiuto non sempre è richiesta una preparazione specifica, a volte una semplice carezza, un abbraccio possono sciogliere i nodi più complicati, imparare ad ascoltare chi ci sta davanti lasciando comunque all’altro la responsabilità di decidere non è un’impresa ardua se fatta con il cuore. Questo è il mio desiderio più grande, poter essere d’aiuto offrendo una consulenza grafologica non fine a se stessa ma mirata ad entrare in contatto con l’altro con empatia perché, come diceva Carl Rogers, l’empatia è di per se un agente educativo: rilassa, da conferme e riporta in una dimensione umana anche la persona più spaventata, bloccata e confusa.

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La grafologia, un’avventura emozionante! – di Franca Moretti

Quante volte vi sarà capitato di imbattervi in una scrittura e rimanere colpiti per l’ordine, la fluidità, la confusione, l’eleganza o il ritmo e chissà se vi ha incuriositi al punto tale da immaginare quella persona… esile, grossolana, trasandata, maldestra, sensibile. Ognuno di noi, scrivendo, parla di sé, della sua personalità ed anche se la nostra scrittura cambia continuamente, quelli che sono i segni basilari restano e possono darci informazioni importantissime.

In Italia il fondatore della grafologia è stato Padre Girolamo Moretti (1879-1963), uomo particolarmente intuitivo e dotato di un eccezionale talento psicologico, che si è dedicato all’attività grafologica per oltre cinquant’anni raccogliendo migliaia di scritture. Con l’applicazione rigorosa del suo metodo, la grafologia può aiutarci a conoscerci meglio ed a conoscere meglio gli altri, in termini di potenzialità ma anche di difetti, ecco quindi che diventa uno strumento utile per cogliere quello che la persona ha dentro, le sue preoccupazioni, le sue insicurezze, le sue ambizioni, la sua forza di volontà. Quotidianamente possiamo mettere in pratica questa scienza, con il nostro amico, il nostro collega, nostro figlio o la nostra metà .… per conoscerci meglio, per essere d’aiuto, per stimolare, valorizzare o incoraggiare l’altro ed aiutarlo nel suo processo di crescita o, molto più semplicemente, per capire come mai con quella persona andiamo più d’accordo che con l’altra!

Ma la grafologia è una cosa seria.  La grafologia non è sinonimo di astrologia o chiromanzia ed in questi ultimi decenni è riuscita, seppur a fatica, a reclamare la sua scientificità per trovare un posto ben preciso all’interno delle scienze umane diventando particolarmente utile in ambito familiare o matrimoniale, nell’età evolutiva, nell’ orientamento scolastico, in ambito professionale e peritale. La definizione classica che è stata data dal suo fondatore è: “la grafologia è la scienza sperimentale che dal solo gesto grafico di uno scritto rivela le tendenze sortite da natura o innate”. Ma potremmo tranquillamente dire che si occupa anche dell’aspetto non verbale della scrittura, perché la grafologia non esamina i contenuti dello scritto ma i segni grafologici, la forma, l’occupazione dello spazio, il movimento della mano sulla carta. La scrittura è movimento ed il grafologo deve saper ripercorrere con lo sguardo il tracciato che ha lasciato sul foglio lo scrivente, per risalire dalla periferia al centro, dalla mano al cervello per giungere ad un contenuto più profondo, personale, univoco! Si parte quindi dal movimento sul foglio bianco, dall’occupazione dello spazio (la sinistra, la destra, l’alto e il basso rappresentano simbolicamente le quattro forze attrattive e repulsive di Max Pulver), i margini, lo spazio tra righe, tra parole, la pressione, l’andamento del rigo, la personalizzazione grafica, il ritmo, il pieno e il vuoto, la direzione assiale, il calibro, l’inclinazione …

Alcune scritture, specialmente negli adolescenti, ci raccontano la fatica ad andare avanti, lo sforzo per dimostrare di essere all’altezza delle aspettative di genitori e/o insegnanti, la difficoltà ad instaurare rapporti con gli altri, la diffidenza, le preoccupazioni e la paura di non farcela… riuscire a cogliere questi segnali d’allarme può aiutare insegnanti, educatori e genitori ad incoraggiare, a dare fiducia, a tranquillizzare, ad alleggerire dalle preoccupazioni. Spesso dietro una scrittura floscia, disordinata e trasandata si nasconde lo stato d’animo di una persona delusa, stanca, svogliata. Se parliamo di un adolescente, è importantissimo evitare la strada del disimpegno, ed intervenire al più presto per aiutarlo a ritrovare la fiducia nelle proprie risorse, imparando a gestire le proprie energie, a mettere in conto insuccessi e sconfitte senza perdersi d’animo. Anche una scrittura troppo accurata, troppo precisa, ha il rovescio della medaglia perché comporta un impegno eccessivo che può provocare stanchezza, tensione e stress; può essere sinonimo di dipendenza dagli altri ed incapacità di attivarsi per diventare più autonomi ma, soprattutto, può nascondere la preoccupazione esagerata di offrire un’immagine di sé diversa, per paura di presentarsi così come si è, quindi mancanza di spontaneità e sincerità.

Fenomeno assai diffuso tra i giovani (e non solo) è la scrittura in stampatello, anche qui si cerca di nascondere quello che si è veramente, è una sorta di maschera per sembrare diversi, perché si ha paura di mostrarsi per cui si adotta questa precauzione che ci rende più sicuri e più belli agli occhi degli altri. Anche il calibro ci da indicazioni sulla persona, chi ha un calibro grande ha una idea di se grandiosa, non vuole passare inosservato, solitamente è una persona estroversa e sicura di se a differenza di chi scrive piccolo che tende più all’introversione ma la grafologia è assai più complessa e non è giusto minimizzare, bisogna tener conto di tutto il contesto, di tante combinazioni e di tanti aspetti. Infatti quando ci si avvicina per la prima volta ad una scrittura è molto importante non farsi condizionare dalla prima impressione perché può trarci in inganno così come non bisogna mai emettere giudizi, non ci sono belle o brutte scritture così come non ci sono segni buoni o cattivi.

Oltre a parlare di grafologia, non posso non parlare di educazione del gesto grafico. L’ingresso nella scuola è uno dei momenti più delicati per un bambino perché deve imparare a tenere la penna in un certo modo, deve rispettare determinati spazi, deve rimanere seduto composto per ore, imparare l’alfabeto con i suoi simboli, rispettare un certo ordine… tutto ciò per molti bambini non è affatto semplice e l’effetto più immediato è la “brutta scrittura” che viene spesso scambiata per disgrafia, disturbo che non ha nulla a che vedere con le qualità intellettive del bambino. Genitori e insegnanti spesso sottovalutano l’importanza di un pronto intervento, ma intervenire tempestivamente significa evitare conseguenze come rimproveri, crescente senso di inadeguatezza, ansia, affaticamento generale, errori ortografici, difficoltà a seguire le lezioni, compromissione del rendimento scolastico, autostima minata. L’obiettivo primario è quello di far riscoprire al bambino il gusto di scrivere, il piacere di disegnare, di lasciare traccia di se stessi.

Per concludere, attraverso la scrittura noi comunichiamo, e anche se pensiamo di essere concentrati per mandare dei messaggi, non ci rendiamo conto che, inconsciamente, la scrittura sta parlando di noi, della nostra individualità, sta raccontando chi siamo … dunque scriviamo una cosa ma in realtà raccontiamo dell’altro, senza rendercene conto tiriamo fuori anche cose che non vorremmo dire perché, appunto, la scrittura è un gesto spontaneo esattamente come altri comportamenti naturali, non verbali, ed ogni singola lettera è una sorta di autoritratto!